La resurrezione dei morti – Domenico Quirico 

 

“Ma dai che il diavolo non è poi così cattivo. All’inferno vedrai che ci si accorda”. Mi ha detto un conoscente.

A lui e a quelli che sostengono che le questioni di fede sono tutte storie dico di provare a rischiare la vita.  Arrivate a un punto dove davvero siete lì lì per perderla. Poi tornate da me e riparliamo di Dio.

Io per fortuna non ho avuto una vita banale. Forse è per questo che ho cercato insistentemente delle risposte alle domande fondamentali, le stesse che dovrebbero porsi tutti, anche gli impiegati di banca e gli autisti degli autobus, ma che in realtà diventano rilevanti solo quando accadono certe cose. Altrimenti alla morte pensiamo solo da novant’anni in avanti. Figuriamoci, poi, a quello che c’è dopo.

Io, invece, di fronte ad alcune situazioni di pericolo estremo mi sono chiesto: “Che succederebbe se morissi oggi?”. E non era un’ipotesi. Era una concreta possibilità.

Ho avuto paura e ho pregato. Tutti pregavamo. Se non avessimo avuto fede non so come saremmo potuti uscire da un’esperienza del genere. In quei cinque mesi di prigionia non c’era un termine, né una vaga idea di quanto ci restasse. Senza la fede sarebbe stato intollerabile.

Tante volte in quelle settimane mi sono chiesto dove fosse Dio. Dopo un po’, però, ho capito.

Lui era lì.

Se Dio non ci mettesse alla prova cosa dovrebbe fare?

Dovrebbe accontentarsi del tran tran dei nostri riti cristiani?

Gli basterebbe la nostra testimonianza dell’andare alla messa la domenica?
È nelle prove l’espressione della fede, in quella sofferenza che da individuale diventa collettiva, in quel “comunismo del dolore” che ci avvicina gli uni agli altri.

 

Dio tace. E più è silenzioso più è presente. Il silenzio è la natura stessa del suo rapporto con noi. Per questo credo che sia essenziale evitare di chiedere.

Dio non è un dispensatore di grazie, un self-service di favori. Con Lui si può parlare ma senza la pretesa di essere ascoltati o esauditi. Dio non è tenuto a darci niente. Anzi, spesso sembra assente, lontano. In alcuni momenti, però, lo si incontra. Io, per esempio, l’ho trovato nelle persone che mi hanno aiutato a Tripoli nel 2011, quando i soldati di Gheddafi volevano linciarmi. In quei minuti tremendi in cui rischiavo la vita ho fatto esperienza della fede.

Lo stesso è successo nelle due false esecuzioni vissute durante il sequestro in Siria, nell’angoscia di quei cinque mesi di prigionia. In una situazione del genere si possono usare mille tecniche per far scorrere il tempo: si può immaginare di scrivere un romanzo, ricostruire una vicenda storica, ripensare ai film visti nella vita. Tutti modi per farsi coraggio, per vincere la fatica e scavare il minuto successivo, l’ora successiva, il giorno successivo. Ci sono mille tecniche ma non funzionano.

L’unico che può aiutare è Dio, altro non c’è.

 

La mia è una fede semplice, attaccata al Vangelo e a un rapporto diretto con Dio.

Penso che ciascuno di noi porti con sé qualcosa di Lui e del suo contrario. Il bene e il male non sono dei valori assoluti, ma sono nei fatti, nelle azioni che compiamo. La divinità di Dio è in fieri in ciascuno di noi. Cresce e diminuisce sulla base delle nostre azioni.

La mia fede è basata sulla figura di Gesù Cristo, sull’unicità della sua testimonianza, sul suo non essere un politico né un rivoluzionario, almeno secondo l’accezione tradizionale del termine. Forse è per questo che Giuda si è inferocito: non poteva accettare di trovarsi davanti un Dio pronto a rendere testimonianza fino alla morte, fino all’estremo sacrificio di sé.

La cosa in cui credo di più è la risurrezione dei morti. Ma non alla fine del mondo.
Io credo che sia adesso. Qui e ora.

I morti ci guardano, ci osservano, ci controllano. Sono qui, sempre con noi. Ma non come ossessione, rimorso o angoscia. Come vicinanza. È in questo scatto fuori dal percorso abitudinario della ragione che sta il mondo della fede. In questo è il nostro credere.

Di Dio non si parla mai, invece dovremo parlarne in continuazione, affrontando il tema più importante. Ma dove lo si trova uno che riempie una sala parlando della resurrezione dei morti?

Nemmeno in Vaticano.

Domenico Quirico, giornalista. Cattolico.

Un’altra faccia dell’ Islam– Ani Zonneveld

  

Ho fondato Muslim for Progressive Values nel 2007, a Los Angeles, mentre lavoravo come scrittrice e produttrice di musica. Avevo appena terminato un cd pop con delle canzoni i cui testi ricordavano agli ascoltatori il volto egualitario dell’Islam. Volevo far capire che i musulmani non sono tutti terroristi. Nessun distributore musulmano, però, voleva distribuirlo, sia perché c’era la voce di una donna, che secondo alcuni musulmani deve essere “coperta”, sia perché nella mia produzione usavo tutti gli strumenti musicali, che, invece, secondo questo gruppo di musulmani sono vietati. Questo concetto mi sembrava così assurdo, soprattutto dato che le donne musulmane hanno contribuito tanto all’Islam e ce ne sono state alcune che sono state delle guide per gli uomini, che ho deciso di reagire.

 

Sono sempre stata musulmana. Dopo l’11 settembre, però, ho deciso di sottoporre a un’attenta valutazione la mia religione, promettendo a me stessa che avrei seguito quello che ne sarebbe risultato, sia se questa riflessione mi avesse portato ad abbandonare l’Islam sia se, al contrario, mi avesse avvicinato ad esso. Così mi sono messa a studiare il Corano, riesaminando tutto quello che mi era stato insegnato, mettendo tutto in discussione. È stato così che ho riscoperto l’Islam nel suo messaggio di giustizia sociale e me ne sono innamorata. È solo grazie a questa rinnovata comprensione di questo autentico Islam che ora posso fare tutto quello che faccio.

Ci sono voluti tre anni per arrivare a una profonda trasformazione personale. È stato allora che ho deciso di fondare Muslim for Progressive Values, un’organizzazione no-profit i cui valori sono fondati su una visione progressista dell’Islam. Quello che facciamo è lavorare per mettere in pratica la giustizia sociale che viene dal Corano e per dimostrare che  l’Islam è in principio una religione inclusiva e egualitaria.

Di noi, però, si parla poco. Nel mondo islamico veniamo messi a tacere dai governi musulmani ortodossi, nel mondo occidentale non siamo interessanti per i media perché quello che interessa loro sono solo le notizie negative, e quindi l’Islam estremista. Io stessa vengo spesso lasciata fuori dalle interviste e dai dibattiti perché non indosso l’Hijab e non mi presento come una “musulmana ortodossa”. I miei valori sono gli stessi degli altri, democrazia, diritti umani, amore e compassione. Non è, però, quello che i mass media occidentali sono interessati a raccontare, ed è per questo che il pubblico dei paesi occidentali chiede sempre: “Dove sono i musulmani moderati?”

La maggior parte delle persone, compresi molti musulmani, non sa cosa ci sia davvero dietro l’Islam. È per questo che ho deciso di usare la musica, che secondo me è uno strumento molto potente per cambiare i cuori e le menti delle delle persone. Sono una musulmana progressista che non indossa l’Hijab e canta il femminismo e la giustizia sociale. In una delle mie canzoni, ad esempio, Ummah wake up (“Comunità, svegliati”), ho usato intenzionalmente la parola “Jihad”, ma con un significato diverso rispetto a quello legato al terrorismo che tutti si aspettavano.

 

Ricordo che una volta cantavo a un festival cristiano. Un signore anziano mi disse che aveva sempre odiato i musulmani e tutto quello che riguardava l’Islam, poi si mise a piangere e mi confidò che dopo aver ascoltato le mie canzoni si era reso conto che c’era un’altra faccia dell’Islam. Disse che le mie canzoni avevano tolto l’odio che aveva nel cuore. In tanti anni di attivismo, questo è stato per me uno dei momenti più significativi.

Oltre che essere presidente dell’associazione Muslim for Progressive Values sono anche una Imamah, ovvero un imam donna. Come è possibile?

In verità, è un processo molto semplice. A differenza di quanto accade nel Cristianesimo o nell’Ebraismo, nell’Islam non c’è bisogno di un’ordinazione. Si diventa imam quando si dimostra di essere in grado di guidare la preghiera e si viene scelti dalla propria comunità come i più qualificati per tale compito. Nel Corano non c’è alcuna distinzione di genere, possono essere imam sia uomini che donne, ma il tribalismo e il patriarcalismo hanno manipolato il Corano a danno dei diritti delle donne, che sono state tradizionalmente escluse da questo compito. Una concezione che è stata suffragata dall’idea che la donna sia inferiore all’uomo, un concetto che non trova però radici nel Corano. La sfida più grande è, ora, quella di un cambiamento culturale legato a come le donne vedono se stesse e la loro volontà di prendersi il diritto di guidare nella preghiera sia uomini che donne.

Non ho mai pensato che, con le mie idee “anti-conformiste”, avrei potuto tradire la mia fede. Penso, al contrario, che a tradire l’Islam siano gli estremisti, che hanno propagato una pratica misogina e intollerante della religione musulmana.

Secondo me la questione è molto semplice: c’è un Islam egualitario e inclusivo. Quello intollerante ed estremista non è vero Islam; basta leggere il Corano per capirlo. Purtroppo molti musulmani non hanno capito, non si sono avvicinati autonomamente al Corano, ma seguono ciecamente leader religiosi, i Mullah, ricercando un guadagno politico e non il bene dell’umanità. Per questo il mondo musulmano è un disastro: pieno di corruzione e ingiustizia, si nasconde dietro l’Islam.

Ani Zonneveld, cantante e Imamah. Musulmana.

La fede è un coltello – Davide Longo

 

Non c’è bisogno di un regista, tutto potrebbe esistere anche senza.

Come la musica, che c’è ma non sappiamo chi l’ha creata.

 

Alle questioni sul luogo da dove veniamo, perché siamo qui e tutta questa roba la mia risposta è che è stata una combinazione di elementi chimici che ci ha prodotti. Un senso oltre questo non mi interessa trovarlo. Della fede non parlo molto, ma ovviamente è presente. Però se devo pensare a quella che più potrebbe rispecchiarmi non penso alla cattolica. Piuttosto alla fede protestante o calvinista.

Le sento più vicine. Vicine, poi…Vicine ma abbastanza lontane.

La figura di Gesù, però, la trovo molto interessante. La visione del mondo che proponeva è talmente irraggiungibile che ci sarebbe da lavorarci per tutta la vita. Una delle cose che mi ha sempre colpito di lui è la sua esigenza di stare da solo, come quando lasciava gli apostoli per andarsene a pregare sulla montagna. Mi piace questa idea di fare dei pezzi di strada con gli altri ma mantenendo la consapevolezza di essere soli. Che va bene la comunità, lo stare insieme, il parlarsi. Però poi anche Gesù trova se stesso da solo, non negli altri.

Secondo me la fede è un percorso totalmente individuale. Certo, puoi condividerla con altri che la vivono come te, ma mi sembra che spesso questo sfoci in prevaricazioni e in una sorta di classifica delle fedi. Chiunque abbia una fede pensa che la sua sia la migliore, la più completa o la più giusta. Ecco, sarebbe bellissimo se la fede ci fosse ma non se ne parlasse mai. Come l’amore in una coppia: quando devi parlarne vuol dire che non lo senti, che c’è qualcosa che non va, che ci devi lavorare sopra.

 

Credo che gli uomini siano bellissimi quando sono da soli. Il che non significa che non si possano condividere cose preziosissime con altre persone. Ma se tu pensi che gli altri possano salvarti o dare un senso alla tua esistenza, allora no. Io non ho mai paura di un uomo che pensa da solo, ma ho molta paura degli individui che pensano in gruppo. Le comunità mi sembrano degli eserciti, soprattutto quelle che si occupano di problemi sociali. Mi pare che, siccome quello che combattono è l’esercito del male, anche loro vogliano contrapporgli una milizia del bene. Ma io penso che il problema sia l’esercito.

 

Certo, quando incontri persone che vivono la fede in maniera concreta, aiutando gli altri, non hai l’impressione di trovarti di fronte a un’ipocrisia. Eppure anche tutti questi preti “combattenti”…

Io mi domando sempre come possano avere la tessera di quell’associazione pur sapendo cos’è. Loro ti dicono che è dal di dentro che si può cambiare, che non si deve lasciare che la fede sia solo appannaggio degli altri. Però a me non piace quella sicurezza con cui vai anche solo a dire, a far conoscere quello in cui credi. E anche quella forma mentale, quei comportamenti, quel gergo.

Quando un gruppo di persone comincia a produrre un modo di parlare c’è qualcosa che non va.

E le fedi producono sempre modi di parlare.            

Così la messa. Se fossero tre quarti d’ora in silenzio sarebbe perfetto. Forse ci andrei.

È la retorica che mi dà fastidio: come quando si usano le parole “penitenza” e “salvezza” quasi fossero monete di scambio. Se le passano quelli che dicono di metterle in pratica, quasi a sottolineare come possano usarle solo loro che sanno cosa vogliono dire.

E poi l’idea della compassione, l’assistenzialismo che c’è nel cattolicesimo. Io credo nell’autodeterminazione delle persone, penso che si debba offrire un aiuto, ma lasciando gli altri liberi di scegliere. Va aiutato chi chiede di essere aiutato, oppure chi non può chiedere di essere aiutato.

 

La fede alla fine mi sembra una cosa difficile da incasellare. È una roba troppo semplice arrivare a dire che la vita non è tua ma che qualcuno te l’ha donata, pensare che alla fine ci sia un premio o una condanna.

Io poi sono uno molto concreto. Una tensione spirituale direi di non averla.

Ovviamente poi non è vero. È impossibile non averla, dipende solo da come si manifesta. A me la questione metafisica della fede interessa assai poco. Tutte le domande sul regista della nostra vita, su dove va l’anima, ecco, tutta questa roba non ha alcun fascino per me. Mi interessa solo l’idea di ciò che può continuare, ma in maniera molto concreta. Cioè quello che passa da una generazione all’altra, ciò che le persone condividono, quello che comunichiamo agli altri.

 

Secondo me risposte alle nostre domande esistenziali non ci sono. È questa la vera complessità.

Il problema è che noi, la maggior parte di noi, senza una risposta facciamo fatica ad alzarci la mattina. Invece la vera sfida è fare tutto quello che dobbiamo senza che ci sia un premio o una punizione, senza affidarsi a un regista, a Dio per spiegare tutto.

Certo, anch’io in alcune chiese sento che c’è qualcosa. Ma non credo dipenda dal fatto che Dio esiste. Penso succeda perché tante persone lì dentro credono e questo produce una forza, un’energia. Come tutte le fedi. E sì, quell’energia può essere anche positiva. Come l’energia nucleare.

Il punto, però, è chi la usa, cioè noi uomini, che non credo possiamo considerarci all’altezza della fede. Siamo fatti di materia, di istinti, di pulsioni feroci, non penso che siamo in grado di maneggiare una cosa come la fede. Certo, usata meravigliosamente darebbe frutti meravigliosi. Ma è come quando dai un coltello a un bambino. Se lo usa per tagliare il cibo in pezzi più piccoli per non strozzarsi, va benissimo. Ma se lo usa per ammazzare qualcuno…

Quindi, tenuto conto delle probabilità, il coltello non glielo dai.

Davide Longo, scrittore. Non credente.

Ritornare all’origine – Svaminī Hamsānanda Ghiri

La prima difficoltà che si incontra nel penetrare nel mondo induista è l’uso dei termini. Se il dizionario sanscrito traduce la parola fede con innumerevoli termini come śraddhā, bhakti (devozione) andhaviśvāsa (lett. fede cieca), pratīti (evidenza, chiarezza), l’ambito semantico non trova corrispondenze con il senso comune che viene dato in occidente. In India, infatti, la fede non ha come caratteristica quella di credere a verità formulate teoricamente o, tantomeno a dogmi. La fede si esprime piuttosto come una partecipazione profonda di tutto il nostro essere a un cammino da percorrere, una fiducia assoluta nell’esperienza. È proprio l’esperienza il vero cardine della fede, punto di partenza, di arrivo e fondamento costante.

 

Nelle Upanisad [testi filosofico-religiosi indiani] si legge: “Con il cuore si conosce la fede, nel cuore la fede ha il suo fondamento”; e ancora: “In verità, quando si compie perfettamente il proprio dovere, allora si ha la fede”[1]. Il cuore è il centro spirituale, il luogo dell’esperienza di Dio.

La fede, dunque, è la conseguenza del compimento di un’azione e non il “motore” che deve spingerci su un certo cammino senza farci ragionare. La relazione uomo-Dio, infatti, non deve essere basata solo su un aspetto devozionale o sentimentale. Dio va conosciuto attraverso differenti vie: la ragione, l’azione, lo studio, l’arte, il servizio.

La fede, dunque, nella mia esperienza è legata al cuore e alle azioni; non non è qualcosa che spegne la ragione ma l’accompagna in un’unione tra mente e cuore. Nel mondo indiano, d’altronde, non c’è nessuna scissione tra ragione e cuore, religiosità e mistica, fisicità e spiritualità.

Le Scritture ci istruiscono sugli strumenti necessari per il cammino evolutivo, e descrivono la fede come diversa da persona a persona, a seconda delle nostre diverse nature costitutive.

“La fede di ogni uomo, è in accordo con la sua natura. Fatto di fede è l’uomo: quale è la sua fede, tale egli è.”[2]. Ognuno di noi, infatti, ha carattere e gusti differenti. Per questo Dio si manifesta in tanti modi; così che ogni devoto possa trovare una sua corrispondenza, una sua forma di amore.

Noi non sapremmo meditare su un Dio senza forma, così come non possiamo amare ciò che non conosciamo. Da questo derivano le diverse rappresentazioni del divino e le differenti vie per raggiungerlo, che soddisfano ogni tipo di natura. Anche gli strumenti su cui si posa la mente per concentrarsi e meditare (che è la pratica di spegnere i nostri sensi per poter fare esperienza del mondo immateriale e così avvicinarci a Dio) devono essere idonei alla natura di ciascuno. Che siano statue, simboli o immagini astratte, è fondamentale che rispecchino i nostri gusti, tenendo accesa la fiamma dei nostri cuori.

Non conoscevo la cultura indiana, ma quando l’ho incontrata me ne sono subito innamorata, tanto che dopo poco ho fatto una scelta radicale: ho lasciato il lavoro e la vita “secolare” e sono andata a vivere nell’unico Ashram italiano, un monastero induista nel bosco ligure. Era il 1986.

Da allora ho sempre vissuto lì, in una comunità monastica oggi formata da venti monaci, uomini e donne che vivono di lavoro, preghiera, studio, seguendo voti di povertà, castità e obbedienza.

Per me è stato un innamoramento e, come tutti gli innamoramenti, non ha seguito regole. Questa scelta, però, non mi ha fatto allontanare dalla mia cultura d’origine, anzi: attraverso lo studio delle Scritture ho trovato assonanze con le altre religioni; e il dialogo interreligioso mi ha rivelato e confermato che la meta è per tutti la stessa. La “fame di assoluto” è uguale in tutte le religioni, solo che, nel percorrere le vie del mondo che conducono a Dio, abbiamo linguaggi, usanze, cibi e strumenti differenti.

Come diversi fiumi che scorrono in varie direzioni: quando si uniscono al mare che differenza tra le acque c’è?

Tornando alla mia esperienza, che cosa mi ha fatto scegliere con tanto fervore una vita così inconsueta e forse anche desueta? È stata la fede come fiducia di un cammino da compiere, la voglia di miglioramento e la necessità di superamento della condizione umana. È stata la passione ad accompagnarmi nel cammino che riscopro, giorno dopo giorno, sempre più entusiasmante. Rimpianti non ne ho mai avuti. Anzi, spesso penso con tristezza a come sarei potuta essere se non fossi diventata monaca. Non avrei smussato quei lati del carattere, non avrei addolcito la mia voce, non avrei ascoltato parole preziose. Oggi, invece, mi sento in un cammino di miglioramento, felicissima della mia scelta.

 

Vuol dire che la mia fede è forte?  Non lo so. Credere nel mio cammino è naturale.

Questo non significa, però, che in alcuni momenti non mi possa porre domande su Dio.

Perchè la sua presenza non sia costante vicinanza, perché lo dimentichiamo, perché, se presente in ogni vibrazione del cosmo, a volte ci sentiamo persi negli abissi del mare? Affrontando le onde della mente, con i suoi inganni, le passioni, la rabbia, l’illusione, talvolta mi chiedo perché non si riesca a sentire ininterrottamente Dio, la sua voce, il suo tocco. Il dubbio, l’angoscia di non sentire Dio è frutto dell’ignoranza, quella di tutti noi, imprigionati nei limiti dell’esistenza umana.

Si può negare la presenza, il calore e la funzione vitale del sole solo perché è coperto, alla nostra vista e ai nostri sensi, da un uragano? Dio rimane semplicemente nascosto da nuvole che, seppur dense, il vento presto dissipa. Persino la notte più tenebrosa, ad ogni immancabile, meravigliosa, alba cede il posto alla luce. Ogni nuovo giorno è una nuova possibilità di continuare il cammino evolutivo.

Questa è la questione di fondo, cioè la mia ferma volontà di tornare all’origine. Mi sento, in effetti, come un salmone che, senza neppure sapere perché, spinto dal suo irrefrenabile istinto, torna al torrente nativo: Dio è come una calamita per me.
È così, forse, che posso definire la mia fede, in questo bisogno di risalire all’origine.

[1] Chandogya Up. 19.1-20.1 kanda

[2] Bhagavadgītā 17.3

Svaminī Hamsānanda Ghiri, monaca induista.

© 2018 by Natalia Pazzaglia

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